Filorusse tedesche, il condono di Erdogan, il «sovranismo del debito» di Meloni,

Filorusse tedesche, il condono di Erdogan, il «sovranismo del debito» di Meloni,

14/02/2023
di aLESSANDRO tROCINO

Bentrovati.

• Oggi in menu una storia che arriva dalla Germania e che riecheggia un po’ le parole di Silvio Berlusconi: un appello filorusso dell’ex leader della Linke (sinistra) Sahra Wagenknecht e di Alice Schwarzer, storica femminista controcorrente. Ce ne parla Elena.

• Tra il terremoto catastrofico e la difesa di Erdogan che parla di «destino» ci sono di mezzo due parole che lo chiamano in causa e che analizza Luca: condono edilizio.

• Federico Fubini analizza quello che chiama il «sovranismo del debito» della premier Giorgia Meloni. E conclude: «Non ci vedo niente di male né di nuovo».

L’inno di Mameli è patriottico, ma anche «nazionalista», «patriarcale», «xenofobo». Ma davvero? E davvero sarebbe il caso di cambiarlo?

• Il Mediterraneo, baciato dal sole e dal vento, è il posto ideale per l’eolico galleggiante. Ma c’è un problema, come spiega Peppe Aquaro, dalla newsletter Clima e ambiente.

• Per Serial Beppe, Severgnini ci dà una pennellata su Teheran, serie spionistica su Apple Tv.

Buona lettura e buon martedì!

Se vi va, scriveteci:

gmercuri@rcs.it; langelini@rcs.it; etebano@rcs.it; atrocino@rcs.it

Bild, Spiegel, Süddeutsche Zeitung, Taz
L’appello filorusso di Sahra Wagenknecht e Alice Schwarzer che indigna la Germania
editorialista
di Elena Tebano

Lo hanno intitolato «Manifesto per la pace». Secondo le sue promotrici, Sahra Wagenknecht e Alice Schwarzer, è un appello a fermare la carneficina della guerra in Ucraina e a evitare l’escalation del conflitto fino alla «guerra mondiale» e «nucleare». Ma il documento, oltre a proporre che il Cancelliere tedesco Olaf Scholz guidi «una forte alleanza per il cessate il fuoco e i negoziati di pace sia a livello tedesco che europeo», chiede di «fermare l’escalation di consegne di armi». Cioè di smettere di fornire armi e attrezzature militari all’Ucraina. L’appello non arriva ad attribuire (falsamente) al presidente ucraino Volodymyr Zelensky la responsabilità di un fantomatico «attacco» alle «due repubbliche autonome del Donbass», come ha fatto il leader di Forza Italia Silvo Berlusconi, ma ha comunque suscitato indignazione bipartisan in Germania.

«Su cosa dovrebbe negoziare l’Ucraina, che è stata invasa? I morti, le donne stuprate, i feriti da arma da fuoco possono negoziare? Come dovrebbe negoziare un Paese che Putin vuole spazzare via, far sparire? Gli ucraini dovrebbero negoziare che tipo di schiavi dovrebbero essere?» chiede retoricamente Franz Josef Wagner sul tabloid Bild (di orientamento conservatore). «Non hanno tempo di assistere a questa follia, stanno combattendo per le loro vite proprio ora» aggiunge. Mentre il quotidiano di sinistra Taz, definisce «amorali» i firmatari dell’appello. E scrive che «è esattamente il contrario» di un Manifesto per la pace: un «Manifesto per la sottomissione» che impone all’Ucraina di arrendersi a Putin, «scandalosamente sbagliato perché mette oscenamente e moralmente nel torto coloro che sono sotto attacco e per di più i loro amici occidentali, gli Stati della Nato». Parole particolarmente significative, vista la vicinanza della Taz alla Linke, il partito dell’estrema sinistra da cui proviene Sahra Wagenknecht, che ne è stata una dei leader.

Le posizioni filorusse di Wagenknecht non sono una novità: sono una diretta conseguenza degli stretti legami con l’Urss della Sed, quel Partito Socialista Unificato di Germania (cioè il partito comunista della Ddr) da cui si è poi sviluppata la Linke. Ma Wagenknecht — figura molto criticata anche a sinistra per la vicinanza alle teorie cospirazioniste e alle campagne no vax durante la pandemia — oggi è in minoranza pure nel suo partito e ha rischiato di esserne espulsa proprio per il sostegno all’imperialismo di Vladimir Putin.

Anche la parabola di Alice Schwarzer è interessante: la femminista tedesca per antonomasia (nel 1971 pubblicò l’appello di 374 donne, tra cui molte famose, che si autodenunciavano per aver abortito illegalmente e chiedevano la legalizzazione delle interruzioni volontarie di gravidanza), oggi 80enne, ha sempre portato avanti battaglie controcorrente. Ma col passare degli anni ha finito per assumere posizioni sempre più incomprensibili e per «perdere le donne» come ha sintetizzato un bellissimo podcast della Süddeutsche Zeitung a lei dedicato. In particolare le sue campagne contro le rivendicazioni delle persone transgender l’hanno allontanata dalle nuove generazioni di femministe.

Il manifesto di Wagenknecht e Schwarzer è stato firmato anche dal leader del partito di estrema destra AfD Tino Chrupalla, che ha annunciato la sua adesione alla manifestazione programmata dalle promotrici a Berlino per il 25 febbraio, un anno e un giorno dopo l’inizio della guerra. Wagenknecht, sullo Spiegel, ha rigettato il sostegno di Chrupalla, definendolo un «tentativo di diffamare la nostra iniziativa di pace». Ma in realtà succede spesso che su vari temi (per esempio l’immigrazione) Wagenknecht finisca per avere posizioni simili a quelle di AfD, pur provenendo dalla parte opposta dello spettro politico. E anche in Italia estrema sinistra e destra si sono trovate d’accordo nell’ambiguità nei confronti dell’Ucraina e nei molti distinguo che finiscono per riconoscere le ragioni a Putin. La sinistra ex comunista ha legami storici e culturali con la Russia, la destra legami politici (come nel caso della Lega) e in alcuni casi economici molto più recenti, basati sulla sedicente difesa dei valori tradizionali. In entrambi i casi fanno sentire il loro peso.

L’appello di Wagenknecht e Schwarzer si basa su un controsenso evidente: l’idea che un’Ucraina indebolita dalla mancata consegna di armi occidentali possa negoziare con la Russia. È chiaro che non sarebbe così: un negoziato sarà possibile solo se l’Ucraina e i suoi sostenitori in Occidente avranno la forza di imporre la trattativa a Putin. Ma il successo del loro «manifesto» (mentre scriviamo ha raccolto circa 400 mila firme) così come l’uscita di Berlusconi in Italia mostrano le divisioni sul contrasto a Putin che covano sotto la cenere in tutta Europa.

Gazete Duvar, Asia Times, Associated Press
Condoni edilizi e «tassa terremoto» mal spesa: i numeri che Erdogan non dice
editorialista
di Luca Angelini

«Queste cose sono sempre successe. Fanno parte dei piani del destino», ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan dopo il disastroso terremoto del 6 febbraio. Ma ci sono altre sue parole che, in questi giorni, rimbalzano sui social. Pronunciate, in vista delle elezioni locali del 31 marzo 2019, a Kahramanmaras, una delle città più colpite dal sisma. «Abbiamo risolto i problemi di 144.556 abitanti di Kahramanmaras con il condono (edilizio)» disse il presidente. A riportarlo è l’edizione online in inglese — diretta da Cansu Camlibel, ex corrispondente da Washington del quotidiano Hurriyet, un tempo tra i più autorevoli giornali del Paese, prima che Erdogan lo «epurasse» — di Gazete Duvar, una delle poche voci critiche rimaste in un Paese che vanta (si fa per dire) 79 giornalisti arrestati e 24 incarcerati nel solo 2020.

Il caso di Kahramanmaras è tutt’altro che isolato. Il vicesegretario generale della Municipalità metropolitana di Istanbul, Bugra Gökçe, ha twittato il 10 febbraio che oltre 3.1 milioni di edifici non a norma — anche riguardo al rischio sismico — erano stati condonati prima delle Politiche del 2018, con la sanatoria chiamata «Imar Barısı» («Pace per la ricostruzione», o «pace edile», come forse qualcuno la chiamerebbe da noi). Di questi, 294.165 nelle dieci province devastate dal terremoto: quasi 60 mila in quelle di Adana e di Hatay (quella della città di Antakya o Antiochia), 40 mila a Gaziantep e Kahramanmaras. L’Asia Times aveva, a suo tempo, segnalato che il governo aveva ricavato, da quella sanatoria, l’equivalente di 2 miliardi di dollari. Le sanatorie edilizie pre elettorali sono pratica comune in Turchia e si vocifera che — non ci fosse stato il terremoto — un’altra sarebbe forse arrivata prima del voto di maggio, nel quale Erdogan si gioca la presidenza.

Ad aumentare il malcontento popolare è anche il fatto che, dopo il terremoto del 1999 (oltre 17 mila morti) venne introdotta una tassa per raccogliere fondi destinati all’adeguamento antisismico degli edifici. Ma, dopo la nuova tragedia, è difficile non avere dubbi sull’effettiva destinazione dei circa 17 miliardi di dollari raccolti attraverso quel tributo.

Per questo motivo, molti turchi sembrano accogliere con scetticismo la «caccia al palazzinaro» scatenatasi in queste ore, con oltre cento arresti. Il governo Erdogan, per bocca del ministro della Giustizia, Bekir Bozdag, promette che chiunque abbia sbagliato pagherà. Ma si sente puzza di capri espiatori. Come ha scritto l’Associated Press, «molti esperti hanno affermato che qualsiasi indagine seria sulla radice della debole applicazione dei regolamenti edilizi deve includere uno sguardo approfondito alle politiche di Erdogan, così come ai funzionari regionali e locali, che hanno supervisionato — e promosso — un boom edilizio che ha contribuito a guidare la crescita economica». O, negli ultimi anni, ha reso meno pesante una crisi economica alla quale lo stesso Erdogan ha contribuito in prima persona in misura non trascurabile, ad esempio con le sue ingerenze sulla Banca centrale in materia di politica monetaria.

Sempre l’Ap ricorda che, nel 2021, la Camera degli ingegneri geologici della Turchia aveva pubblicato una serie di rapporti che sollevavano allarmi sugli edifici esistenti e sulle nuove costruzioni in corso nelle aree rase al suolo dai terremoti di questa settimana, tra cui Kahramanmaras, Hatay e Osmaniye. La Camera aveva esortato il governo a condurre studi per garantire che gli edifici fossero a norma e costruiti in luoghi sicuri. Un anno prima, la stessa Camera aveva pubblicato un rapporto che definiva pericolose le politiche di condono edilizio e e avvertiva che «l’indifferenza alla cultura della sicurezza in caso di calamità» avrebbe portato a morti che si sarebbero potute evitare.

È certo che, come avevamo sottolineato nella Rassegna del 7 febbraio, Erdogan farà tutto quel che è in suo potere (e di potere ne ha concentrato parecchio) per evitare che il terremoto di quest’anno gli sia fatale come quello del 1999 lo fu per il partito Chp, suo predecessore al governo. «Con le elezioni alle porte e gli indici di gradimento in calo, il presidente Erdogan prova a smarcarsi dalla facile ma forse non inesatta associazione tra i palazzi crollati, anche di recente costruzione (ce ne sono alcuni del 2018 e 2019) e i suoi ripetuti condoni edilizi» ha scritto Fulvio Fiano sul Corriere. Meno certo è che i turchi smettano di guardare dubbiosi a promesse del «Sultano» come quella di ricostruire nel giro di un anno, a norma antisismica, gli oltre 12 mila edifici crollati.

Piuttosto, qualcuno ha rispolverato un vecchio tweet di Erdogan, nel 2013, nell’anniversario del terremoto del 1999. Diceva: «Sono gli edifici ad uccidere, non i terremoti. Dobbiamo imparare a convivere con i terremoti e a prendere misure conseguenti». Il governo di Erdogan pare non avere imparato molto, da allora. Ma, a ricordarlo, si rischia di passare per sabotatori dell’unità nazionale, come Erdogan li ha già bollati sabato scorso.

Whatever it takes
Meloni e il «sovranismo del debito»
editorialista
di Federico Fubini

Negli anni ho sviluppato una tecnica per non sbagliare le previsioni: non farne. O meglio farne solo quando sembrano facili, e anche allora spesso inciampo. Però preferisco ricordarle solo quando azzecco. L’8 agosto scorso in questa newsletter per esempio scrissi che l’inflazione presto avrebbe iniziato a scendere; che la recessione “potrebbe essere meno drammatica e profonda” di quanto si paventasse; e che la dipendenza dalla Russia sul gas naturale “sarà spezzata” ed era prevedibile che il suo prezzo sarebbe iniziato a calare “almeno dalla seconda metà del 2023” (in realtà lo ha fatto prima).

Rincuorato da questo filotto di previsioni centrate, farò il passo più lungo della gamba. Dico che l’inflazione quest’anno continuerà a scendere piuttosto rapidamente ma, prima di arrivare al 2% indicato dalla Banca centrale europea come obiettivo, il calo rallenterà. Fin quasi a fermarsi. Giunto intorno al 3%, probabilmente verso la fine dell’anno, il carovita rifiuterà di continuare a scivolare con facilità verso il basso. Non torneremo in automatico al mondo pre-Covid in cui i prezzi erano sostanzialmente congelati e i tassi a zero. È come se, dopo un febbrone, la temperatura scendesse a 37,5 ma poi restasse lì.

Ci sono molte cause dietro un’evoluzione del genere: la relativa scarsità di manodopera in certe regioni e settori, quando quelli che vanno in pensione sono il doppio dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro; investimenti pubblici molto più alti di prima in tutto l’Occidente, che creeranno contese per reperire tanti prodotti (il cemento, l’acciaio o i microchip); delocalizzazioni verso Paesi meno a basso costo ma più vicini e affidabili; la strozzatura di alcuni canali del commercio globale, in un mondo segnato dalla guerra in Europa e dalle rivalità fra Cina e Stati Uniti; infine la transizione verde e la scarsità delle materie prime ad essa necessarie: siamo certi, ad esempio, che il litio oggi disponibile basterà per tutte le batterie elettriche? (Su questi temi raccomando Europe Matters, la newsletter dell’eccellente James Fontanella-Khan).

Dunque la febbre dei prezzi probabilmente scenderà, ma non sparirà. Ed è il caso di chiedersi quali conseguenze potrebbe avere per noi italiani. Per il nostro debito pubblico, per le scelte di risparmio e investimento delle famiglie. In proposito, sono fra i molti rimasti colpiti dalla recente intervista di Giorgia Meloni al “Sole 24 Ore”. “Con il ministro (Giancarlo, ndr) Giorgetti stiamo lavorando per mettere al sicuro il nostro debito da nuovi choc finanziari e attrarre la fiducia dei risparmiatori e degli investitori, anche nel medio periodo”, ha detto la premier. “Vogliamo ridurre la dipendenza dai creditori stranieri, aumentando il numero di italiani e residenti in Italia che detengono quote di debito”.

Che voleva dire Meloni? E perché tutto ciò ha a che fare con l’inflazione?

Provo a smontare e rimontare i pezzi di questa storia. Dato che la Bce mira a un’inflazione al 2%, sembra probabile che reagirà ad una dinamica dei prezzi al 3% o al 4% tenendo i tassi d’interesse più alti di come avrebbe fatto altrimenti. La banca centrale ha già messo a segno l’aumento dei tassi più rapido della sua storia (più 3% da luglio). Ora potrebbe alzare almeno di un altro 1% entro giugno prossimo e poi restare lì a lungo: almeno fino a quando l’inflazione non inizierà davvero a calare verso il 2%. Tutto questo frenerà sempre più l’economia e alzerà il costo in interessi del debito pubblico italiano. Soprattutto se l’Italia nel 2024 tornerà a crescere di uno sclerotico 0,9% (come prevede il Fondo monetario internazionale), gli aumenti delle entrate statali faticheranno a tener dietro al crescente costo degli interessi sul nuovo debito: quello da piazzare agli investitori per finanziare scuola, sanità, difesa, giustizia o pensioni.

Va detto che non stiamo rischiando un remake dei drammatici 2010-2012. Siamo più al riparo per almeno tre ragioni: il governo è prudente nel gestire conti; la Bce oggi ha una panoplia di “scudi” per proteggere i Paesi sotto attacco; e il Recovery europeo, con i suoi 200 miliardi, assicura all’Italia parte dei nuovi prestiti che le servono e dà qualche speranza in più di crescita.

Ma la situazione resta delicata, come rivelano le parole di Meloni sul sovranismo del debito: l’idea della premier è di far sì che siano gli italiani a prestare al loro governo i soldi necessari. Che significa? A prima vista, è il contrario esatto di quello che è successo nell’ultimo quarto di secolo, un’inversione delle tendenze storiche di disimpegno dei piccoli risparmiatori dai titoli pubblici.

Nel dicembre 1998, ultimo mese prima che l’Italia passasse dalla lira all’euro, il 33,2% del debito pubblico del Paese era in mano alle famiglie (secondo i dati della Banca d’Italia). A maggio 2010, vigilia della crisi dell’euro, questa quota era scesa al 17,4%. Alla vigilia della pandemia era al 9,5% e nella primavera dell’anno scorso era calata all’8% (da allora è lievemente risalita). Anche gli investitori esteri sono relativamente in calo, passati da avere più del 40% del debito pubblico italiano alla vigilia della crisi dell’euro a meno del 27% oggi.

A diventare vitali nel finanziamento dello Stato sono state due categorie: le banche italiane, che però non possono più aumentare la loro esposizione perché hanno già circa un quarto del debito pubblico; e soprattutto la Banca centrale europea che, con il quantitative easing, è passata da avere quasi niente a oltre un quarto di tutto il debito dello Stato italiano.

È qui che i vari pezzi – inflazione, reazione della Bce, finanza pubblica di Roma – si incastrano. Perché la banca centrale detiene oggi titoli di Stato italiani per 715 miliardi ma, per frenare il carovita, ha già deciso che inizierà a non rinnovare più gli acquisti di una parte quelli che le scadranno nel 2023. Lascerà che subentrino dei privati, se ci sono. Non solo. Giorni fa Klaas Knot, presidente della Banca d’Olanda, ha proposto che la Bce dall’estate acceleri il ritmo di uscita da quei 715 miliardi di crediti verso l’Italia e da migliaia di miliardi di crediti verso il resto dei governi dell’area euro. E i più intransigenti contro l’inflazione, come Knot, di questi tempi a Francoforte pesano più di prima sulle scelte.

Sapete cosa significa questo per l’Italia? Significa un record. Quest’anno il governo dovrà collocare ai privati nuovi titoli di Stato (oltre ai rinnovi dei vecchi che scadono) per un valore così alto come non si era mai visto da quando c’è l’euro. In parte a causa di un deficit comunque elevato. In parte a causa della ritirata della Bce. Alla situazione attuale, il governo nel 2023 dovrà trovare nuovi creditori per circa 80 miliardi di euro di nuovo debito in più. Se poi la Bce seguirà l’avviso di Klaas Knot accelerando l’uscita, dovrà trovare nuovi investitori per circa 90 miliardi di nuovo debito in più. E se infine si aggiungono nuovi sussidi alle bollette dopo marzo, allora prima della fine dell’anno il governo dovrà trovare nuovi creditori per circa 100 miliardi di debito in più.

Non sarà una passeggiata. Chi li compra quei titoli di Stato? Meloni la sua idea ce l’ha detta: vorrebbe che tanti di quei titoli li comprassero le famiglie italiane. E qui mi sbilancio nell’ultima previsione perché, se si mettono insieme i pezzi del puzzle, vedo arrivare nei prossimi mesi ondate dei cosiddetti “Btp Italia”. Li conosciamo. Sono emissioni riservate ai piccoli risparmiatori, con rendimenti un po’ più alti della norma e crescenti se cresce l’inflazione. Al governo costano di più, fanno più deficit, ma sono un modo per cercare di mettere al sicuro (per ora) il debito di un Paese che non cresce.

Se questo è il “sovranismo del debito” di Meloni, non ci vedo niente di male né di nuovo. Sarei più preoccupato se cercasse anche di applicare una sorta di “repressione finanziaria”, spingendo perché banche, fondi pensione e magari anche investitori esteri immobilizzassero sempre più delle loro risorse nel debito dello Stato. Sarei preoccupato anche se agli investitori esteri arrivasse il messaggio che non sono desiderati, perché preferiamo il “sovranismo del debito”. Ma per ora tutto liscio, non si vede questo rischio. Una sola, umile richiesta: a tenere in piedi l’Italia non sono i “Btp Italia” ma le imprese esportatrici, cresciute nell’ultimo quarto di secolo dieci volte più del resto dell’economia. Quand’è che il governo spingerà le famiglie o i fondi pensione a impiegare di più il loro enorme risparmio in quelle splendide imprese private (e non solo nel proprio enorme debito pubblico)?

Fatto Quotidiano, Giornale
È ora di mandare in soffitta l’inno di Mameli?
editorialista
di Alessandro Trocino

«Michele Novaro incontra Mameli e insieme scrivono un pezzo tuttora in voga». Era il 1975 e Rino Gaetano, in «Sfiorivano le viole», evocava l’inno l’Italia che, in effetti, anche ora, quasi 50 anni dopo la rievocazione e 176 anni dopo la sua creazione, è tuttora in voga, con alterne fortune. Quest’anno come non mai, visto che ha ottenuto l’imprimatur del Festival di Sanremo, officiante il sacerdote bipartisan del popolo Gianni Morandi, su ispirazione di Amadeus, in perfetto equilibrio tra tradizione e provocazione (non così perfetto per la destra, che lo vuole cacciare), e con il placet implicito della premier. Come accade ciclicamente, qualcuno fa l’errore di mettersi ad ascoltare con attenzione le parole e di cercare di capire il significato. Risultato: un inno «patriarcale», «fuori della storia», «anticostituzionale», «xenofobo», «militarista», «vittimista», «sanguinario». Ma davvero? Ed è arrivato il momento di mandarlo in soffitta? Di cambiarlo? E con cosa? Ma perché?


L’onda lunga della cancel culture contagia Tomaso Montanari che sul Fatto Quotidiano analizza il testo di Mameli. Il giovane Goffredo, ventenne genovese, poeta-soldato giacobino ed ebbro di patriottismo, scrive il testo nel 1847. Lo manda a Novaro, che è entusiasta, come racconta Anton Giulio Barrili: «Il Novaro apre il foglietto, legge, si commuove. Gli chiedono tutti cos’è; gli fan ressa d’attorno. - Una cosa stupenda! - esclama il maestro; e legge ad alta voce, e solleva ad entusiasmo tutto il suo uditorio». Non dorme la notte e poi finalmente trova il motivetto, reinventato anni dopo da Troisi in Non ci resta che piangere: «Fra-teelli-d’i-ta-lia…». Ecco fatto, il Canto degli italiani, come si chiama davvero, è pronto.

L’incipit è noto, con l’Elmo di Scipio, che poi sarebbe Scipione l’Africano, vincitore dei cartaginesi a Zama. Lettura di Montanari: «E’ l’immagine dell’eterna lotta degli italiani contro gli stranieri (gli africani, nella fattispecie)». In battaglia c’è un alleato prezioso, Dio, che dà un aiutino per la vittoria dell’Impero, anzi la Vittoria, personificata e schiava («Dov’è la vittoria, le porga la chioma, che schiava di Roma Iddio la creò). E quindi: «Personificata in una donna, la Vittoria appare dunque ridotta in schiavitù: e cioè rasata, secondo un uso antico che intreccia all’umiliazione dello schiavo l’umiliazione della donna in quanto tale».

Perbacco, chi l’avrebbe mai detto? Agli italiani sembrava piacere questo gergo virile, cantato con foga e qualche strafalcione labiale dagli azzurri del calcio. E invece. Montanari continua: «L’immaginario è militarista, la ricerca del martirio martellante: è un inno di morte, alla morte. La patria è il fine, la vita dei suoi figli il mezzo. La persona umana non conta nulla». Conta solo la nazione, una nazione vittimista e lamentosa («Noi siamo da secoli calpesti e derisi»). Che si nutre del sangue del nemico, così come l’Austria beve il nostro, il sangue polacco e il cosacco (russo). Niente di strano, è la retorica risorgimentale. Che andava benissimo allora, ma oggi?

L’inno è stato adottato nel 1946 dalla Repubblica, con decisione provvisoria del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, su proposta del ministro della Guerra. Non c’è niente di più definitivo del provvisorio, come è noto. E l’ufficialità arriva solo nel 2017, con decisione del premier Gentiloni, su proposta del Pd. L’attivismo dal centro sinistra si spiega con la temperie dell’epoca e la battaglia padana leghista, prima secessionista poi federalista. Tanto che Umberto Bossi faceva aprire le sue Pontide e i suoi comizi non con l’odiato Inno (mentre invitava a «buttare nel cesso» il tricolore) ma con il Va Pensiero del padano Verdi. È soprattutto il presidente Carlo Azeglio Ciampi a rinverdire il mito del patriottismo, sottraendolo a derive destrorse e imponendolo a ipotetiche fughe in avanti leghiste.

Riccardo Orizio su Sette racconta che il ricercatore Matteo Carrer ha qualche altro rilievo da fare: «Il richiamo ai territori irredenti e alla necessità di unire l’Italia se preso letteralmente sembra indicare che l’Italia moderna voglia riunirsi a Nizza, alla Savoia e magari alla Corsica o all’Istria». Carrer dice: «’Di fonderci insieme già l’ora” è suonata da oltre un secolo e mezzo e il (contro) mito dell’Italia debole perché divisa ignora il tempo trascorso dall’unità ad oggi. Se il messaggio fondamentale dell’inno di Mameli è l’unità, dunque, vi sono due alternative: o è diventato anacronistico o parla di un’unità ancora da raggiungere che, di conseguenza, non è quella di geografia politica. Entrambe le opzioni non convincono».

Orizio passa in rassegna gli altri inni ed è una galleria degli orrori. Sangue, martirio, violenza. L’inno del Vietnam proclama: «La strada che porta alla gloria è lastricata dai cadaveri dei nostri nemici». Quello algerino: «La nostra melodia è il suono delle mitragliatrici». Ed ecco il Sahara Occidentale: «Taglia la testa dell’invasore! Taglia la testa dell’invasore!». Anche l’Europa dei diritti civili non è da meno. «O patria, a te verseremo il nostro sangue» (Belgio), «Possa il sangue impuro irrigare i nostri solchi» (Francia). «Lacrime di sangue sgorgheranno da ogni mia ferita e il mio corpo senza vita sgorgherà dalla terra» (Turchia).

E insomma, che ce ne facciamo di questi inni? Le loro parole vanno contestualizzate e in qualche modo giustificate o invece è giunto il momento di rinnovare le tradizioni e di liberarci di certe pulsioni belliciste e di certe visioni del mondo ormai superate, perfino a Sanremo? Difficile una risposta, se non quella del buon senso: sono inni da non prendere alla lettera, che raccontano una storia ed è la storia dell’orgoglio patriottico italiano, di cui andare fieri. Meno fieri c’è da andare sul resto, quindi è giusto sottolinearlo e criticarlo. Anche senza bisogno di trovare un nuovo Mameli. Inutile dire che la reazione della destra alle parole di Montanari è stata di indignazione. I ragazzi di Arezzo della destra di Blocco Studentesco si sono lanciati in dichiarazioni che definire vibranti è poco: «Montanari si è gettato in un becero e rocambolesco sproloquio disfattista, infamando vergognosamente l’inno nazionale, la patria e la sacralità della sua difesa». Stringiamoci a coorte.

Clima e Ambiente
Siamo il Paese dell’eolico galleggiante, ma manca una filiera italiana per le pale offshore
editorialista
di Peppe Aquaro

Il nostro mare, il Mediterraneo, baciato dal sole (tanto sole) e dal vento, è il posto ideale per «montarci su» l’energia del futuro. Per la verità, i gruppi industriali e di ricerca in giro per il Pianeta stanno già investendo sull’eolico offshore. Capendo benissimo che è da quelle pale terrazzate sull’acqua che passerà gran parte dell’energia del futuro. Ecco perché, più di qualcuno incomincia a pensare: «Ma che cosa stiamo aspettando per fare sistema in Italia intorno all’eolico galleggiante?». Si è parlato proprio di questo nel corso di un recente incontro, svoltosi a Napoli e organizzato dall’università degli studi di Napoli Federico II e da Seapower scrl (gruppo di ricerca all’interno della stessa università napoletana, spin off il cui campo d’azione è proprio l’energia applicata alle fonti rinnovabili), in collaborazione con la Reale ambasciata danese a Roma, Cnr-Inm e Owemes.

Il titolo del workshop spiega già tutto: «Le sfide nello sviluppo di parchi eolici offshore galleggianti in Italia: opportunità unica per la creazione di posti di lavoro». Nel corso dell’incontro è stato ricordato, dati alla mano, che le domande di connessione presentate a Terna per progetti nel Mediterraneo sono al momento pari a 300 gigawatt. Ma se pensassimo alla realizzazione di impianti galleggianti solo per un decimo di tale potenza, sufficienti ad alimentare 20 milioni di abitazioni, riusciremmo ad ottenere nuovi posti di lavoro, all’incirca per 15.000 unità, entro il 2025, e che diventerebbero il doppio entro il 2030, la data fatidica degli obiettivi energetici posti dall’Unione europea.

Mare, vento ed eolico. E su questo siamo tutti d’accordo. Ma perché non puntare allora anche sulle turbine eoliche «tradizionali» sul mare? «Il Mar Mediterraneo è troppo profondo per le turbine eoliche che prevedono il fissaggio sul fondale» ricorda Domenico Coiro, docente del dipartimento di Ingegneria industriale-sezione aerospaziale, dell’università Federico II, e presidente di Seapower scrl. «L’eolico offshore è probabilmente l’unica possibilità per incrementare le energie rinnovabili in Italia e raggiungere gli obiettivi posti dalla Comunità europea per il 2030».

E se il tempo stringe, meglio darsi da fare in fretta. Non per niente, nel corso del workshop sono stati in molti ad osservare che le aziende siderurgiche e meccaniche italiane non possono restare fuori da questa nuova sfida, che determinerebbe una significativa creazione di nuovi posti di lavoro. Se questa opportunità non fosse sfruttata, ne gioverebbero semplicemente altre aziende europee e i gruppi finanziari che le sostengono, come già accaduto in passato: «Tutto l’eolico a terra (on shore) in Italia, fino ad oggi, è stato realizzato impiegando turbine acquistate all’estero: di fatto, abbiamo finanziato le aziende tedesche, danesi, spagnole eccetera, incrementando la loro forza lavoro», ricorda il professor Coiro. Che aggiunge: «Sarebbe estremamente utile costituire una struttura centrale, ben supportata dal punto di vista tecnico, deputata a far da cerniera tra gli enti pubblici ed il mondo industriale e della ricerca».

Ed eccoci al punto fondamentale della questione: fare sistema intorno all’eolico offshore. Anche perché, i numeri danno ragione alle previsioni: «Sono in fase di valutazione le prime 21 proposte progettuali sui mari italiani, con trend in forte crescita. E solo queste ultime rappresentano un investimento stimato per 50 miliardi di euro, il 50 per cento in più dell’ultima manovra finanziaria italiana», precisa Roberto Bardari, voce per il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica. È chiaro che, parlando di Mediterraneo, questi investimenti non potrebbero che avvenire nel Sud del Paese («E’ il momento di mettersi in gioco ed è questa l’occasione per abbattere i costi energetici, diventare indipendenti, ma soprattutto incrementare l’occupazione, in particolare al Sud»: è il pensiero del presidente di Seapower).

Inoltre, fare sistema significa anche acquisire un know-how di competenze altamente specializzate. Perché, se è vero che, per realizzare una sola turbina eolica galleggiante offshore occorrono circa 20 mila tonnellate di acciaio e una produzione di turbine in grande quantità contribuirebbe notevolmente al rilancio dell’industria siderurgica ed anche navale nel nostro Paese, è pure vero che «il sistema dell’impianto eolico galleggiante è complesso e non può essere gestito da un unico fornitore: la turbina eolica galleggiante è, infatti, un esempio di multidisciplinarità, per il cui sviluppo devono essere armonizzate competenze provenienti da diversi settori (aeronautico, meccanico, elettrico e navale)», afferma Francesco Lionello, vicepresidente di Seapower.

(Questo testo è stato pubblicato in una prima versione nella newsletter settimanale Clima e Ambiente: per riceverla gratis, cliccate qui)

imageUna pala eolica galleggiante in alto mare

Serial Beppe
Ipocrisia e coraggio a Teheran
editorialista
di Beppe Severgnini

imageNiv Sultan in Teheran

Teheran (Israele 2020, Apple Tv)

Serie di spionaggio israeliana, in ebraico e persiano, storia verosimile, attori intensi. Guardarlo adesso, con tutto quello che sta accadendo in Iran, ha senso? Certamente. Capirete l’ipocrisia di una dirigenza che traffica, viaggia, si fa curare all’estero. Il coraggio, ammirevole e incosciente, di tante giovani donne stanche di imposizioni. L’affresco della capitale Teheran, che dà il titolo alla serie, è convincente: trasgressioni, corruzioni, zeloti, hacker, spioni innamorati, borghesi rassegnati. E un traffico bestiale. ***½

** Se piove, non volete uscire e non avete niente da leggere
*** Non epocale, ma originale
**** Tracce di genio e fantasia
***** Imperdibile